lunedì 7 ottobre 2013

Creta. Un diario di viaggio. Seconda parte

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02 - Balos
Oggi andiamo a Balos, sulla penisola di Gramvousa.

Balos, le piscine e sulla destra l'isola di Gramvousa. Clicca per ingrandire

Tutti vanno a Balos e si sa che per andarci ci sono due modi: in auto o in barca. La seconda opzione è senz'altro più comoda ma presenta degli svantaggi non da poco per noi, che amiamo la tranquillità e vogliamo goderci la natura in santa pace, quindi dopo aver fatto colazione usciamo e saliamo in macchina. Dal nostro affittacamere si vede la strada che va a Balos.


Sono sette chilometri di sterrato in pessime condizioni, col ciglio senza alcuna protezione e delle buche preoccupanti ma evitabili se ci si trova a percorrerla da soli come capita a noi. All'inizio dello sterrato si paga una cifra simbolica che ci piacerebbe poi venisse utilizzata non tanto per asfaltare la strada quanto per spianarla e metterla in sicurezza. La strada si percorre lentamente e ci vogliono all'incirca quaranta minuti per arrivare al parcheggio che sovrasta Balos, da cui poi un sentiero in discesa e parzialmente a gradoni conduce alla spiaggia in un quarto d'ora. Il colpo d'occhio dall'alto è mozzafiato - e questo non l'avrete mai se arrivate in barca - perché si coglie tutto l'insieme della bassa laguna bianca e turchese, la scogliera scura che separa la spiaggia sabbiosa da un mare blu profondo, l'isola rocciosa, le lingue di sabbia bianca e l'isola di Gramvousa sullo sfondo. Scesi sulla spiaggia troviamo i soliti ombrelloni e lettini a prezzo modico ma per godersi il posto la cosa migliore è guadare i pochi metri d'acqua per andare oltre la costa e procedere avanti sulla sabbia, trovarsi un posto e godersi il bagno. Il sole picchia forte, la gente è ancora poca. Sulla spiaggia lato costa ci sono due punti di ristoro, uno alla fine del sentiero e uno più defilato verso la scogliera che però è contornato da vegetazione e alberi di lentisco, motivo per cui lo sceglieremo per pranzare. Se non avete un ombrellone con voi, a Balos trovare riparo dal sole è un'impresa non da poco quindi organizzatevi di conseguenza. Due dakos - una versione cretese della nostra frisella con aggiunta di formaggio mizithra e olive oltre al pomodoro - birra e acqua costano dieci euro.


Da noi li avremmo spesi a testa; in un posto del genere forse anche di più. Su questo c'è da dire che i cretesi non se ne approfittano. Dopo pranzo scegliamo di spostarci sul lato nord, dove l'acqua è più profonda e si trovano delle microcalette di pochi metri del tutto deserte.


Infatti in tarda mattinata ben tre traghetti, uno dei quali attracca direttamente alla scogliera, riversano a terra orde di disperati che scendono con l'ombrellone già aperto in mano per godersi due ore, al massimo tre sulla spiaggia trasformando quello che al mattino era un paradiso in una bolgia di gente schiamazzante.


Piccola parentesi: non ve lo dice nessuno ma Balos ha un piccolo problema che per me è stato un bel colpo. La sabbia è cosparsa, costellata, punteggiata da catrame. Da me, a Piombino, lo chiamiamo "il black" e vent'anni fa anche sulle nostre spiagge era facilissimo imbattercisi e trovarselo appiccicato sotto a un piede o sotto all'asciugamano. Oggi può capitare ma si tratta di una rarissima eccezione, una di quelle cose a cui non pensa neanche più nessuno.


A Balos ci sono tratti di spiaggia in cui evitare il catrame è del tutto impossibile; va in pezzature da pochi millimetri a più di dieci centimetri senza contare quei punti in cui ha ricoperto le rocce e inglobato plastica e lattine. E' una cosa letteralmente angosciante e mi sono stupito di non averne letto da nessuna parte.


Questo lascia di stucco. Un posto del tutto paradisiaco come Balos meriterebbe una ripulita e non mi spiego perché lo stato non se ne sia mai occupato. E' solo verso le cinque comunque, quando ormai i barconi se ne sono andati, che possiamo tornare a goderci la spiaggia - in un tratto abbastanza pulito - fare un ultimo tuffo e risalire verso il parcheggio per riaffrontare, stanchi ma soddisfatti, la strada di ritorno verso Kissamos.
Ormai consci del fatto che il centro in pratica non esiste ci fermiamo un po' prima del paese a goderci un po' di pesce fritto e di polpo grigliato, insalata, caffè, dolce e raki per appena una trentina di euro.

TIP: il pesce non è l'alimento da scegliere a Creta. Nonostante siamo su un'isola la pesca è poco praticata e il pesce al ristorante è quasi tutto congelato quindi o si vuol mangiare pesce e lo si cerca fresco ma si spende un po' di più oppure si opta per la carne. Mangeremo pesce ottimo a Kolimvari verso la fine del viaggio.

martedì 1 ottobre 2013

Creta. Un diario di viaggio

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Era doveroso. Due settimane a Creta passate nel migliore dei modi con tempo splendido e tanti bei posti li dovevamo un po' anche agli autori dei tanti diari di viaggio postati in rete, ai loro consigli e alle loro avvertenze. Sono serviti a pianificare il viaggio, a capire prima di partire per rendersi conto di quanto tempo passare in un luogo, come organizzare il giro, cosa evitare e cosa non perdersi assolutamente. Milleduecentocinquanta chilometri in due settimane per noi che, fermi sotto a un ombrellone con mojito e lettino proprio non ci sappiamo stare. Non è per cattiveria o per essere snob: proprio non ci riesce.
Ecco perché bisogna che scriva anche io: come forma di ringraziamento e come ulteriore aiuto a tutti quelli che dopo di noi vorranno andare a Creta. Magari in settembre, come abbiamo fatto noi, che è un mese fantastico e perfetto per esplorare una meta che in pieno agosto è letteralmente invasa dal turismo di massa, specialmente ora che RyanAir la raggiunge con due lire.
Il diario lo pubblicherò a puntate, per aver modo di intercalare il racconto con le foto.
Si parte.

00 - Arrivo
Il primo impatto è con Chania. L'arrivo all'aeroporto è dopo cena, la stanza prenotata - l'unica della vacanza - è un po' fuori, verso Mournies. Quelli di Europeo Cars parlano a malapena l'inglese anche se mi par di capire che in testa loro pensino di parlarlo con chiarezza, e questa sarà più o meno una caratteristica costante di tutti i cretesi incontrati durante il viaggio ad eccezione forse di un ragazzino di dieci anni al banco di un distributore di benzina a Plakias. Comunque ritiriamo la Kia Picanto in condizioni estetiche pessime ma in buono stato per quel che riguarda il motore e ci avviamo, ormai a buio completo, verso l'Oasis. Dopo un po' che vaghiamo fuori Chania, giunti in zona ospedale ci rendiamo conto che cercare di seguire le indicazioni stradali a Creta è impossibile, sia perché sono posizionate in punti assurdi (come ad esempio un metro dopo la svolta) sia perché la maggior parte dei cartelli è completamente ricoperta da scritte a vernice spray, adesivi e in molti casi dilaniata da fori di proiettile e ammaccature varie. Ci vorrà una telefonata in un delirante inglese al gestore dell'Oasis per farci trovare la via giusta e permetterci di dormire in pace. Sistemati i bagagli ormai è quasi mezzanotte e ci infiliamo nel primo posto aperto per mangiare qualcosa, temendo di trovare tutto chiuso. Scopriremo poi durante il viaggio che la maggior parte degli esercizi commerciali è aperta fino a tardi e che mangiare a mezzanotte non costituisce un problema. Il primo impatto con l'economia cretese è quindi dato da due gyros pita, enormi, una birra e una bottiglia d'acqua per cinque euro e trenta, perfino scontati dal gestore a cinque euro. Con scontrino, eh. Incredibile.

TIP - La traslitterazione dei nomi dal greco al nostro alfabeto è spesso piuttosto aleatoria perché la pronuncia dei nomi greci risulta in sé difficile da rendere con le nostre lettere; quindi sappiate che lo stesso luogo potrete trovarlo scritto anche in tre o quattro modi differenti. Per esempio, Kolymvari può essere anche Kolybari o Kolymbari perché la beta  si legge v ma il gruppo mi-beta si legge mb o mv o b. Tranquilli: sbaglierete continuamente pronuncia. Io stesso la spiaggia di Preveli l'ho sentita chiamare (da cretesi) sia Prèveli che Prevèli. Gli accenti tonici pare che a Creta siano un vezzo e ognuno li mette un po' dove gli pare. Siate creativi. Improvvisate. L'orecchio musicale aiuta.

01 - Falassarna

Ci svegliamo. Il tempo è bello, la colazione buona, servita in un ex frantoio.
Abbiamo deciso, per giusto mezzo tra economia di tempo e possibilità di godersi il viaggio, di girare l'ovest e il sud dell'isola in senso antiorario. Carichiamo i bagagli e partiamo: direzione Falassarna. L'idea è quella di starcene al mare per la giornata ma prima facciamo un giro per Chania per vedere il centro e il mercato, consapevoli del fatto che ci torneremo l'ultimo giorno e poi passare da Kissamos (chiamata anche Kastelli) per trovarci un posto per dormire e lasciare i bagagli. Consultiamo gli appunti presi prima di partire e decidiamo per l'Anavaloussa Apartments che si trova a Trachilos, poco fuori Kissamos, vicino a dove partono i battelli di disperati per Balos. Il posto è carino, con piscina e pergola, lasciamo i bagagli e ci dirigiamo a Falassarna. La spiaggia sarebbe vicina ma le strade cretesi, quelle interne dico, sono strette, piene di buche inaspettate e tortuose. Nulla che spaventi due come noi che si sono girati la Sardegna e la Corsica in Vespa anche su sterrati allucinanti ma il tempo che ci vuole per sopstarsi è dilatato nonostante le distanze brevi. Comunque arriviamo a Falassarna in tarda mattinata.

La vista dall'alto è piuttosto piacevole, sebbene mitigata da quella che scopriremo essere una costante del paesaggio cretese: le serre. Centinaia di serre bianche occupano in pratica quasi tutto il terreno pianeggiante disponibile, fino sul mare. Ora che è settembre sono in riallestimento, finita la stagione dei pomodori, e passandoci accanto si attraversano strade strette e costeggiate da cataste di listelli di legno, di teli di plastica e tubi. Inoltre tra i cespugli sono spesso ammassati dei mucchi di piante ormai secche mescolate ai fili di plastica celeste utilizzati per farci arrampicare i pomodori che si sbriciolano e si spargono ovunque. Non c'è che dire, l'occhio per l'ecologia qui a Creta non ce l'hanno per niente e questo ci spiazza. Falassarna è un'enorme spiaggia di sabbia fine, con gli ombrelloni a prezzi popolari e un paio di chioschi in legno (a Creta il chioschetto si chiama kantina) dove ci fermiamo a mangiare la nostra prima e consistente insalata greca. Poi, lasciata la spiaggia principale, ci spostiamo verso nord in un luogo più defilato e ci mettiamo all'ombra di una grande tamerice. Un po' di relax, un bagno in un'acqua calda e pulita e finalmente possiamo dire di essere in vacanza.

Verso sera rientriamo a Kissamos e ceniamo in centro. Kissamos in realtà quasi non esiste; è un piccolo agglomerato di case e qualche ristorante ma poi non ha neanche una vera e propria identità urbana. Alla taverna Petri mangiamo i souvlaki, ovvero spiedini di carne, e assistiamo a una scenetta esilarante. Al tavolo accanto al nostro una coppia di polacchi ha finito di mangiare e come sempre portano loro il raki, ovvero della grappa. Lui, che ha timore di essere fermato alla guida, chiede al camerire se ha una bottiglietta per poterne portare un po' in albergo e assaggiarla dopo ma quando il cameriere, visibilmente stupito, gli dice di non avere nulla lui prende la bottiglietta, la svuota completamente nella lattina di Coca Cola che aveva appena finito e salutando come se niente fosse se ne va. Bah. Nuove frontiere dell'etilismo? Comunque spendiamo quindici euro in due e anche questa si rivelerà essere una costante del viaggio.

TIP - a Creta in moto vanno tutti senza casco. Anche in due, anche in superstrada. Ho visto uno con una granturismo che guidava, baffi al vento, sulla New Road, con un cane di media taglia seduto sul serbatoio. Tutti aspettano a entrare in strada finché non siete a due metri, poi si infilano all'improvviso. Le auto viaggiano in corsia d'emergenza perché bisogna dare modo agli altri di sorpassare. Adeguatevi.

lunedì 26 agosto 2013

Antipodi

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Lo scorso 14 luglio è stato l'ottavo anniversario di Postcrossing, il sito che organizza lo scambio di cartoline fra persone di tutto il mondo. Io ho voluto celebrarlo a modo mio disegnando una cartolina commemorativa e inviandola alla persona che vive più lontana da me sul pianeta.

Si chiama Akane, ha tredici anni e vive a Gisborne, in Nuova Zelanda. A quanto pare è stata felicissima di ricevere il mio disegno.
Oggi, dopo molti giorni ma ad appena una settimana da quando è partita, nella mia cassetta della posta c'era questa cartolina!
E' buffo rendersi conto all'improvviso che in pochi giorni può arrivarti una cartolina che è stata scritta in un'altra stagione. Migliaia e migliaia di chilometri (per l'esattezza quasi diciannovemila), climi e paesi per trasportare un sorriso.
Ma voi, cosa aspettate a spedirne una?

venerdì 26 luglio 2013

Rollei Digibase CN200 Pro giveaway!

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Per chi fosse interessato, BelieveInFilm sta regalando due rulli di Rollei Digibase CN200 Pro. Io avrei voluto provare le dia, ok, ma anche le negative non le scarterei.
Fateci un giro!

lunedì 22 luglio 2013

Il pomopipo

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Io non do niente ai pomodori. Giusto il normale verderame e un po' di calcio per evitare che venga la macchia nera.
Forse però sarebbe il caso che dessi qualcosa.
Che so, un po' di bromuro.
Ditemi voi.

giovedì 18 luglio 2013

Voglia di Grecia

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E' una mezza confessione: ci stiamo allenando. Quest'anno le ferie arriveranno tardi e mentre aspettiamo, col caldo che attanaglia e un po' di ottima materia prima, perché non concedersi un assaggio di Grecia? Et voilà. Gyros pita casalingo, con buona parte degli ingredienti più sani del sano. Prima cosa, preparare i pita.
Su questo ormai ho riconosciuta fama. Non chiedetemi una ricetta, vi prego. Sappiate solo che uso sia farina che semola, il lievito lo doso a occhio perché anche la farina e la semola le doso a occhio. Unica avvertenza: usate acqua tiepida, anzi, calduccia per sciogliere il lievito e metteteci un po' di zucchero. Si impasta sulla spianatoia, senza fretta, e i pita si gettano sulla piastra del forno bollente, anche 200-220 gradi.
Vengono così, una tasca perfetta che apri col coltello pronta per essere riempita.
Il gyros in realtà dovrei chiamarlo souvlaki perchè è uno spiedino e non uno spiedo grande, ma è di maiale e i souvlaki di maiale non si sono mai sentiti. E' marinato nello yogurt, con un po' di finocchio, cumino e limone.
Il resto è sotto ai vostri occhi: pomodori (dell'orto), insalata (dell'orto) tzatziki fatto con lo yogurt casalingo - abbiamo il distributore di latte crudo appena munto a due passi - e il cetriolo (dell'orto), basilico preso sul balcone e in pratica l'unica cosa aliena sono le olive kalamata che però avevamo in casa e quindi perché mai privarcene? Il vino, a voler essere filologicamente pignoli, avrebbe dovuto essere retsina ma quando hai una buona bottiglia di vernaccia perché mai dovresti impazzire a cercare del vino greco di pessima qualità pagandolo più di quel che vale?
E' fatta. Pranzo completo. Ne abbiamo mangiati tre a testa, belli pieni. Forse il sentirsi mediterranei è anche sentirsi con la pancia piena e la consapevolezza che non ti farà male. Boh. Aspetto di tornare dalle ferie, vi saprò senz'altro dire.

mercoledì 17 luglio 2013

Freedom

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Due ruote, un telaio d'acciaio, pochi altri pezzi. Niente benzina. Grande soddisfazione.
Lasci il manubrio, la bici non fa quasi nessun rumore, fila via veloce mentre l'aria fresca in faccia ti rimette al mondo.

lunedì 1 luglio 2013

Sorprese del postcrossing

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Da qualche tempo mi sono appassionato al postcrossing, ovvero lo scambio di cartoline con perfetti estranei in ogni paese del mondo. Il sito che gestisce gli scambi si assicura che ci sia equità tra le cartoline inviate e quelle ricevute ma c'è sempre la possibilità di contattarsi direttamente per scambi alla pari: io scrivo a te e tu scrivi a me. Mi ero quasi dimenticato di aver acconsentito a uno scambio diretto con la Cina (ho specificato che sono disposto a scambi diretti di cartoline con i paesi dell'estremo oriente) quando tornando a casa la sera trovo una busta in cassetta. Si tratta di Yumiao, che mi manda come promesso una busta. Apro la busta e quasi mi commuovo.
Dentro ci sono:
- una lettera, scritta a mano
- una cartolina
- una selezione di francobolli da tutto il mondo, accuratamente imbustati
- una moneta cinese
- un piego di carta velina contenente un drago in carta rossa intagliata di una precisione tale da far spalancare gli occhi
- un'etchetta prestampata col suo indirizzo anche in caratteri cinesi in modo da non doverlo scrivere a mano sulla cartolina che le invierò

Così. Sulla fiducia.
Nella lettera una sola richiesta: "please mail me a postcard".
A me queste cose lasciano un briciolo di speranza nel genere umano.
E voi che aspettate a scrivere una cartolina a qualcuno?
Fate felice uno sconosciuto.

giovedì 27 giugno 2013

La fine del digitale?

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E' morta.
Ormai è lampante. Pare che questo maledetto errore dell'obiettivo non dipenda minimamente da polvere o sporcizia negli ingranaggi, visto che l'ho smontata tutta e ho constatato che l'obiettivo scorre benissimo. Infatti riposizionandolo manualmente a fine corsa tutto sembra sistemato: la macchina si accende, vedo il display, i menu, posso zoomare allegramente avanti e indietro e impostare tutto quello che mi pare, peccato che non funzionino né il fuoco manuale nè l'autofocus. Poi, se la spengo, l'infarto: la lente si blocca dopo due millimetri di corsa, il display diventa nero, fa sei beep e dice che c'è un errore nell'obiettivo, consigliando di riavviare la macchina. Purtroppo se premo il pulsante di accensione fa sempre così, a meno di non reinserire un'altra volta l'obiettivo a mano. E comunque una macchina fotografica che non mette a fuoco non serve a un cazzo, diciamocelo. Non è che posso impostarla in modo che lavori sull'iperfocale...
Quindi la diagnosi è "morte elettronica". Io ci speravo quasi che ci fosse della sabbia dentro, oppure una guida rotta. Con la 5700 riuscii perlomeno a pulirla e fare una riparazione alla meglio. Qui non c'è nulla da fare.
Ed è così che ti balena in testa la possibilità di abbandonare il digitale per sempre. Scatto con macchine degli anni cinquanta, sessanta e settanta e funzionano tutte perfettamente, anche quando cadono sull'asfalto da un metro e mezzo d'altezza. La resa è bellissima e il fascino non è nemmeno lontanamente equiparabile.
E' un attimo di lucida follia.
Poi mi torna in mente che per le esigenze di tutti i giorni avere una macchina digtale per il lavoro, per i blog, per tutte quelle applicazioni pratiche in cui la pellicola sarebbe inutilmente dispendiosa e troppo lenta per essere efficace, si rivela abbastanza indispensabile.
Se fossi uno di quei patiti dello smartphone giuro che mi arrangerei con quello. Peccato che non ce l'abbia, io, uno smartphone; e che mi facciano cacare, peraltro. Come se non bastasse, uno smartphone costerebbe più della macchina fotografica (perlomeno di quella che ritengo decente comprare) quindi desolee, mes amis, niente da fare.
Ah, e ovviamente pare si sia bruciato anche l'alimentatore dello scanner. Spero, almeno, sia l'alimentatore; perché se è lo scanner a essere bruciato allora c'è una voce dall'alto che mi suggerisce - evidentemente - di smetterla con le foto.
Forse sarebbe un bene. Non so.
Mi viene quasi voglia di prendere una compattina di quelle da ottanta euro e mandare tutto affanculo. Chissà. Soldi non ce n'è e se lo scanner fosse davvero rotto allora quel poco preferirei investirlo su di lui.
In attesa che qualcuno esca sul mercato con una compatta digitale con display orientabile, ottica decentemente luminosa e pieni controlli manuali che non costi una fortuna.
Per ora, quindi, non se ne parla. Se ho bisogno di una digitale c'è sempre la micro 4/3 di Elena.
Il futuro resta ignoto.

venerdì 21 giugno 2013

Braccia rubate all'architettura

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In momenti in cui il lavoro, per usare un eufemismo, scarseggia, cosa c'è di meglio che dedicarsi all'orto? Un'attività salutare, che riattiva il fisico e resetta il cervello, oltre a fornire un'abbondante dose (se siete bravi!) di verdure e frutta di pronto consumo. Io l'ho fatto e lo faccio con soddisfazione. Basterebbe anche un terrazzo ma con un pezzetto di terra è anche meglio.
Mentre si fanno le semine in semenzaio e si prepara il terreno, il tempo "libero" si impegna per le potature. Un bel divertimento quando c'è da usare la mia ryoba, ovvero la sega giapponese a trazione.
  Poi c'è da sbarazzarsi dei sassi, e da queste parti di sassi nel terreno ce n'è tanti.
Questo era il pezzetto di terra prima dell'impianto e con le patate messe da un mesetto.
Occorre sterrare tutto quanto. Prima le vecchie rape, poi qualche finocchio rimasto dall'inverno passato, ancora buono.
Poi c'è da dissodare a vanga, zappare per rompere la zolla, portare diversi secchi di stallatico, mescolare sempre a vanga e preparare per la piantumazione. I pomodori si mettono in genere nel solco, per semplicità di irrigazione. Io invece ho voluto piantarli in un dosso di terra smossa, in modo da poterci stendere con facilità il telo, che blocca le erbacce e minimizza l'evaporazione dell'acqua, e anche per permettere alle radici di costruire un solido pane di ancoraggio nel terreno leggero che rendesse le piante stabili e massimizzasse l'assorbimento radicale. Quassù nessuno mette i pomodori così. Tutti nel solco. Peccato però che il terreno sia duro. I risultati del mio metodo li vedrete poi :-) Questo è l'impianto delle file di pomodori.
Ovviamente  non poteva mancare una fila di fragole, che di anno in anno va rinnovata e sarchiata.
Nella zona meno assolata si mette l'insalata, in rotazione di crescita in modo da averne sempre di fresca e pronta da cogliere. Anche qui il telo forato salva la vita.
Volete i cetrioli ma non li digerite? Nessun problema: c'è il cetriolo BURPLESS!
Nel frattempo le patate sono cresciute e fioriscono. I fiori della patata fanno uno spettacolo bellissimo nell'orto, oltre alla borragine che cresce in quantità.
Zucchini ad alberello di Sarzana. Ora che è stagione diventa difficile star dietro al ritmo di produzione. Diciamo che si fa la cura, di zucchini. Queste piante a differenza di quelle normali tendono a produrre una sorta di fusto verticale e si alzano dal terreno, sono iperproduttive e gli zucchini non marciscono perché non toccano terra.
 Ma ora è anche la stagione dei lamponi. Anche la siepe di lamponi, che d'inverno diventa solo un groviglio di stecchi spinosi, dopo la potatura drastica e l'eliminazione delle piante secche è diventata la consueta giungla di foglie. I polloni la rimpinguano naturalmente quindi più che da rinnovarla c'è da contenerla. Il pro è che anche di questi, quando iniziano a maturare, ce n'è a chili. L'ultima volta ne abbiamo raccolti 750 grammi in un quarto d'ora, che sono diventati la marmellata della colazione.
 Io ve lo dicevo che i pomodori nel dosso vegetano bene. Questi tra una settimana - dieci giorni saranno maturi. In tre file abbiamo Cuore di bue, Canestrino di Lucca, Pearson, Datterino, Ciliegino, Strombolino e Salentino.
Ecco, ricordate la prima immagine del terreno? Ora è così.
Da piccolo, il mio preferito è sempre stato questo:
Sapevo che mi sarebbe servito!

lunedì 17 giugno 2013

Un buon pranzo

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Coniglio in pentola coll'ulive, patate arrosto e belgian ale.

martedì 11 giugno 2013

Piombino città di confine

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Viviamo da sempre in una città di confine. Piombino è l’ultimo comune a sud della provincia di Livorno e Torre Mozza costituisce il confine con la provincia di Grosseto. Non parliamo con l’accento livornese ma al contempo la nostra calata è già molto diversa da come parlano a Follonica, nei modi di dire, nelle interiezioni, nella pronuncia stessa delle C e dei GL per esempio.


Geologicamente rappresentiamo, col promontorio, una propaggine continentale dell’Appennino, distaccatasi dalla catena principale in tempi remoti e differenziatasi poi per successive formazioni vulcaniche, quelle che hanno dato origine al promontorio di Punta Falcone. Botanicamente veniamo spesso citati come il punto più a nord in cui cresca spontaneamente la Chamaerops Humilis, comunemente conosciuta come “palma nana” (eccettuate alcune minuscole enclave liguri).
Ma se foste d’estate a Baratti, a godervi un bagno ristoratore in una giornata afosa, sapreste dire in che mare vi state bagnando?
La risposta, per quanto strana possa apparire, è “nel Mar Ligure”.
Punta Falcone, infatti, rappresenta geomorfologicamente parlando lo spartiacque tra i due bacini del Mar Ligure e del Mar Tirreno. Quest’ultimo che ha come ingresso a nord il Canale di Piombino, e il primo circoscritto idealmente dalla costa ligure, la Corsica, la costa settentrionale dell’Elba e la costa toscana a nord della nostra città.
Certo, nell’uso comune si tende a chiamare Tirreno tutto il mare fino a Bocca di Magra, ed è innegabile che il principale quotidiano labronico si chiami “Il Tirreno”, ma si tratta in effetti di una convenzione comune che tende a limitare alle coste liguri i confini del mare omonimo.
La prossima volta che dovrete scegliere dove andare al mare ricordatelo: avrete l’imbarazzo della scelta. 

mercoledì 5 giugno 2013

Storie di biciclette

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A volte le cose più belle arrivano inaspettatamente. Qualche tempo fa mi giunge in mailbox un messaggio di Enrico Fossati, fino ad allora a me totalmente ignoto, e il messaggio parla della mia bici. Lui, mi racconta, sa dirmi di più su Peloso, il telaista di Alessandria che ha costruito il mio telaio e perfino su Brian "The Baron" Smith.
Già.
Perché cercando notizie sul web in merito alla Peloso e alla sua storia non si trova quasi nulla se non un post di Mike Barry in cui si descrive questo misterioso ciclista britannico e se ne raccontano le gesta in sella proprio a bici Peloso.
Un breve scambio di email con Enrico ha tirato fuori dal baule della storia tutta una serie di fatti che altrimenti sarebbero andati perduti con gli ultimi che li hanno vissuti e che pertanto voglio ora raccontarvi con le parole esatte che Enrico ha voluto scrivere per me. E' una bella storia. Eccovela.
Alessandro,
poter raccontare queste cose mi emoziona. Da dove inizio?

La farò lunga: spero di non annoiarti.

Premetto che già alcuni mesi fa, cercando con Google il nome Peloso ho visto il tuo messaggio sul ritrovamento della vecchia bici. Quando poi mi sono imbattuto nel Blog di Mike Barry sono quasi svenuto: conosco molto bene le bici Peloso e soprattutto conoscevo molto bene “Baron Smith”.

Dunque, nel 69 a 17 anni, mi scoppia la passione della bici da corsa. A casa mia non è che ne girassero tanti, ma mio papà, visti anche gli ottimi risultati a scuola, nella primavera di quell'anno mi da il permesso di andare da Mario Peloso a prendere le misure per la mia nuova bici. Un sogno!

Allora frequentavo l'Istituto per ragionieri in via Trotti ad Alessandria e spesso, nella pausa pranzo facevo un salto in Via Milano, a sbavare, davanti alla vetrina di Mario Peloso, larga quanto una bici. Per un periodo ne ha esposto una rossa che mi faceva letteralmente andare in estasi: con i mozzi record a flange alte da pista e tubolari di seta.

Spesso Peloso non alzava nemmeno la saracinesca perché non voleva rompiballe in negozio: di lavoro ne aveva fin sopra i capelli. Era alto, pelato e grassottello, parlava solo il dialetto alessandrino ma si intendeva a meraviglia con i clienti Russi, Americani, Belgi, Francesi, Inglesi, ecc. che ho spesso incontrato in negozio: una volta ci ho persino incontrato la nazionale dilettanti russa che stava facendosi prendere le misure per ordinare i telai.
Ha fatto telai per Van Stembergen, Kubler ed altri professionisti che non ricordo. Imparò il mestiere alla Maino, una gloriosa firma dell’Alessandrino.

A maggio del 69, Peloso finisce la mia bici e ci accordiamo di vederci una domenica mattina per la regolazione su di me. Alle 9 sono li, mi mette in bici e torno a casa: 35 km da Alessandria a Vignole, senza abbigliamento tecnico, percorsi in un fiato: sulla mia peloso grigio metallizzato con sfumature verdi sul tubo obliquo e piantone sella; guarnitura Campagnolo, pedali Lyotard, mozzi Record Campagnolo, freni Universal, cerchi Nisi, tubolari Clement Criterium, sella Brooks, manubrio TTT.

Da quel giorno, appena potevo, includevo nell’allenamento il negozio di Peloso e me ne stavo ad osservare la costruzione dei telai e l’assemblaggio delle bici. Mario aveva una precisione maniacale: riprendeva in modo brutale il suo operaio Rodolfo, quando assemblava male una ruota o faceva una saldatura non all’altezza.

Finiva le congiunzioni, prima della saldobrasatura come fossero oreficeria. Aveva progettato e fatto da se il banco dima. Aveva un rapporto diretto con Tullio Campagnolo. Ricordo una volta che, rimasto senza parti gli telefonò personalmente e, ogni tanto gli dava pure suggerimenti tecnici.

Con noi ragazzi scherzava sempre ed era prodigo di consigli. Io ero “quel fanciot che studia l’ingles..”

La moglie era un generale della Wermacht. Lavorava in un’altra azienda e di tanto in tanto era in negozio dove stava dietro il banco e teneva la contabilità. La figlia la incontravo all’università di Genova, aveva qualche anno più di me.
Un pomeriggio d’estate del 72, arrivo in negozio per farmi cambiare il cannotto reggisella: da quello in acciaio alla meraviglia Campagnolo a T in alluminio. Mario mi vede e mi dice in dialetto: “..tu che studi l’Inglese, vai di la a parlare con quel ragazzo Inglese che sta montando la sua bicicletta…”.
E io: “ che ci fa un inglese nel suo negozio ad assemblare la sua bici?..”. E Mario, sempre in dialetto..” è così impossibile da soddisfare che ho deciso di mettergli a disposizione tutto e farglielo fare da se…”. E ciò la dice lunga sulle conoscenze tecniche di biciletta del “ragazzo” inglese.

Il laboratorio/negozio aveva la vetrinetta sulla strada ma l’accesso era attraverso uno stretto corridoio che dava su un cortiletto interno in cui erano posizionate le vasche per il decapaggio dei telai appena fatti. Appena entrati nel cortile a sinistra c’era la zona di lavorazione tubi e la saldatura; da questa, scendendo un gradino, si accedeva ad una stanza, con l’illuminazione quasi sempre accesa per via della vetrina chiusa, con il bancone dove si vendevano ricambi di ogni sorta.

Sul cortiletto si affacciavano altre stanze usate per l’assemblaggio di più bici in parallelo che venivano tenute appese a ganci pendenti da corde appese al soffitto. La stanza in fondo fungeva da magazzino ricambi.

In una di queste stanze “Baron Smith” stava assemblando la sua nuova Peloso blu. Non era più proprio un ragazzo aveva 32 anni ed in realtà si chiamava Brian Smith. La moglie era al mare ad Alassio. Ogni anno, dalla fine degli anni 50, vendeva a Londra la bici vecchia e con il ricavato veniva ad Alessandria a farsene fare una nuova di misura rigorosamente decisa da lui e che Peloso realizzava scrupolosamente.

Brian aveva conosciuto Peloso alla fine degli anni 50 durante un viaggio che doveva condurlo, con un amico, da Londra alla riviera ligure, ovviamente in bicicletta. Alle porte di Alessandria uno dei due ha un guasto. Non sanno cosa fare, non parlano l’Italiano.
Un buon samaritano li conduce al negozio di Peloso. Mario non ha il ricambio ma lo fa costruire appositamente da un amico e sistema la bicicletta. Brian, mentre aspetta si guarda intorno e si innamora a prima vista di quelle bici di qualità, aspetto e tecnica infinitamente superiore alla migliore bicicletta inglese dell’epoca.
I due decidono di non proseguire il viaggio per la riviera e si fermano ad Alessandria facendo amicizia con corridori del luogo e partecipando ai loro allenamenti.

E io, che dico a Brian? Nel mio scarno inglese gli dico che l’anno successivo mi sarebbe piaciuto andare in Inghilterra ad imparare l’inglese. Lui, senza esitazione mi dice: “..se vieni in Inghilterra vieni a casa mia…”. Ma come, penso io, questo mi ha appena visto e già mi invita a casa sua? Diffidenti come eravamo noi piemontesi all’epoca, mi pareva impossibile.

L’anno dopo in primavera gli scrivo che, finiti gli esami, sarei andato in Inghilterra pregandolo di suggerirmi qualche college per studiare ed una sistemazione. Senza esitazione mi risponde dicendomi: “ non c’è storia, dimenticati del college perché con noi l’inglese lo impari addirittura meglio e come sistemazione c’è casa mia..”

A metà luglio del 73 prendo un B 727 alla Malpensa e volo a Londra Luton. Brian mi viene a prendere e mi porta a casa sua: primo viaggio da solo e per di più all’estero, chissà dove finirò, penso. Dopo un paio d’ore di viaggio giungiamo a casa sua nel Surrey e mi presenta sua moglie Jenny. Era domenica sera e mi dicono: “..qua c’è la chiave di casa, noi durante la settimana andiamo al lavoro, ah, vieni di la..e mi mostrano una vecchia Peloso grigio metallizzata… “questa è per te, vacci dove vuoi, e qui c’è una carta geografica…”.

Da quell’anno siamo sempre rimasti in contatto. Lui veniva in Italia ed io lo accompagnavo ad assistere qualche gara. Io andavo spesso a Londra per lavoro ed andavo a trovarli. L’anno scorso la moglie e la figlia sono venuti a trovarci, lui no perché ci ha lasciati il 16/1/2011.

Io del soprannome “The Baron”, attribuitogli perché da corridore si presentava sempre alla gare con un’attrezzatura ed un abbigliamento impeccabili, da nobile, non sapevo nulla. L’ho appreso quando la moglie mi ha chiesto di fargli fare una placca in granito, rigorosamente italiano, lui amava tutto quanto era tricolore, da posizionare sulla tomba.
Quando le ho chiesto: “cosa ci faccio incidere? “..oltre alla data di nascita e morte, fagli incidere “The Baron”…” Ed io “..perché?..” E lei mi ha raccontato la storia.

Scrivo tutto ciò perché Brian non venga dimenticato: mi ha cambiato la vita: mi ha trasmesso entusiasmo, mi ha insegnato ad andare in bici, mi ha aiutato molto con l’inglese che sarebbe poi stato determinante nella mia carriera.

Beh, potrei continuare per pagine e pagine ma chiudo qua: ora hai capito perché Baron Smith ha consigliato ad un anglo canadese di andare a farsi fare la bici da Peloso ad Alessandria risultando, come sempre, molto convincente?

Spero di non averti annoiato e ti saluto, ah…dimenticavo, la mia vecchia Peloso è nella nostra vecchia casa in Piemonte ed io, nonostante i capelli bianchi, fin che posso, vado ancora in bici da corsa, ma ora ..su una Bianchi ed una Cinelli.

Tanti saluti.

Enrico
Come dicevo all'inizio, a volte le cose più belle arrivano inaspettate. Fate tesoro delle vostre storie, e raccontatele agli altri. E' importante che non dimentichiamo.
E mentre ancora cerco notizie su chi fosse in origine il possessore della mia Peloso, il misterioso Del Vivo il cui nome è punzonato sul collarino del canotto reggisella, mi rallegro di averla sistemata e di farla ancora girare in strada. Anzi, sapete una cosa?
Esco.
Ho un appuntamento con un'anziana signora.

lunedì 3 giugno 2013

Honorine la faceva così

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Honorine la faceva così. Stesa su un letto di finocchio selvatico, come per farla stare comoda, nemmeno si vedesse che era morta. E quando decideva di metterne una in forno quasi sempre era perché sarebbe passato Fabio. Allora ci voleva un pesce speciale, una palamita che viva non era ma che avrebbe potuto esserlo, tanto era fresca. Nessun trucco, nessun accorgimento speciale, nessun condimento segreto. Il limone nella pancia, uno di quelli del vaso grande, più per tenerle aperto il ventre e farla cuocere bene che per reali esigenze d'aroma. Il segreto, l'unico segreto di quel pesce era la franchezza. Quello che vedevi era la verità, né più né meno. Quella schiettezza che Fabio stesso aveva sempre apprezzato; a dire il vero per lui mangiarlo quel pesce era quasi un atto di autocannibalismo. Non se ne sarebbe mai reso conto, perché Honorine sapeva come presentargli la cena e fare in modo che pensasse ad altro, che distogliesse lo sguardo da tutti quei morti ammazzati e dallo schifo degli ultimi mesi. Ma lui era quella palamita; momentaneamente disteso su un letto di finocchietto morbido, perché non sentisse tutto il dolore di ciò che intorno a lui urlava disperatamente.

martedì 28 maggio 2013

martedì 14 maggio 2013

Grassroots Straps

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Quando giri senza il carter con la catena esposta su una bella guarnitura da 49 è pressoché inevitabile che i tuoi pantaloni, specie la gamba destra, si impiglino o si sporchino irrimediabilmente. A Elena successe di agganciarli tra catena e corona, traforandoli allegramente per poi strapparli in un brandello penzolante. Sarà per questo che quando le ho chiesto di cucirmi degli strap per tenerli fermi non ha esitato a farmeli. E così, con una bella fascia doppia di tessuto per tovaglie e due generose toppe di velcro, ora ho questo nuovo indispensabile accessorio che mi accompagnerà finché il caldo non si farà tanto fastidioso da costringermi ai bermuda.
Certo, non ci farò le tweed ride come dice Marco ma questi quadretti arancioni stile picnic hanno un non so che di terribilmente agricolo. Grassroots ride, ecco cosa faccio io. Una fissa agricola, coi pantaloni puliti, però!

lunedì 13 maggio 2013

Primavera a Piombino

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In genere quando arriva la primavera a Piombino tutti gli appassionati di fotografia fanno un giro al Falcone e postano a raffica foto su un po' tutti i social network. Io non l'ho mai fatto (né ho intenzione di farlo) ma ora che vivo in Versilia un po' mi dispiace di non potermi fare un giro la sera. Così, visto che ero tornato un solo giorno per sistemare cose di lavoro, mi sono concesso un'ora del mercoledì mattina, il giorno della patrona, per trovare un Falcone pressoché deserto e in piena fioritura. Tornerò a giugno, ma per fare il bagno! Nel frattempo ecco qualche foto.